lunedì 26 dicembre 2016

Ovunque tu sarai, SEI MIA!

Care lettrici, oggi voglio parlarvi di una parola che incute molta paura, una parola ricorrente che spesso e quotidianamente sentiamo passare alla tv, alla radio, che spesso leggiamo sui quotidiani.
Oggi voglio parlarvi del femminicidio, della violazione dei diritti della donna in quanto donna, della violazione al diritto alla vita, della sofferenza che si nasconde dietro ad ogni abuso.
Il titolo è già di per sé molto forte e nasconde la drammaticità di un Amore che Amore non è. 


Mostra fotografica dal titolo: "Giù le mani"- 25 ottobre2015-Lucera (FG)
“La violenza contro le donne è forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini né geografia, cultura o ricchezza. Fin tanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace”.
Così parlava nel 1993 Kofi Annan, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, in occasione della Conferenza Mondiale di Vienna in cui fu letta e approvata la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne il cui Art.1 definisce violenza di genere “ogni atto legato alla differenza di sesso che provochi o possa provocare un danno fisico, sessuale, psicologico o una sofferenza della donna, compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o l’arbitraria privazione della libertà sia nella vita pubblica che nella vita privata” e precisa in maniera indiscutibile che la violenza contro le donne comprende, ma tuttavia non è limitata, a quella che avviene in famiglia, in comunità e quella perpetuata dallo Stato.
Oggi siamo così talmente bombardati mediaticamente da notizie di cronaca nera inerenti episodi di violenza che ormai siamo abituati a non prenderle nemmeno più in considerazione. Eppure ogni giorno accade. Eppure ogni giorno accade che una donna è vittima dell’uomo, eppure ogni giorno accade che un uomo abusa violenza sia essa verbale, psicologica, fisica, sessuale, economica; eppure accade che osserviamo inermi la tv annichiliti fintamente da una notizia che non crea scalpore fino a che non ci riguarda, fino a che non tocca a noi, fino a che non siamo noi quelle donne svuotate da un amore violento. L’amore di un padre, di un partner, di un amico. Allora non c’è da stupirsi se diciotto anni dopo aver definito la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani, nel 2011 ad Istanbul si è reso, oserei stranamente, necessario, attraverso la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ribadire e sottolineare che quella della violenza sulle donne è una vera e propria emergenza sociale e sanitaria, un fatto sociale che deve essere affrontato nella sua dimensione pubblica, poiché la promozione e tutela dei diritti delle donne, nonché l’eliminazione di ogni forma di violenza e discriminazione, sono requisiti fondamentali per costruire una vera e propria democrazia.
Crediamo che atti di violenza avvengano nelle famiglie cattive, quelle in cui ci sono problemi economici o piuttosto legati all’uso e abuso di alcool e stupefacenti, legati a patologie psichiatriche. E invece no, può verificarsi ma nella maggior parte dei casi si tratta di famiglie “normali”. Siamo solo talmente cullati da questo falso mito che beatamente stiamo per addormentarci senza accorgerci che il fenomeno si estende a macchia d’olio senza un preciso limite geografico, senza un preciso tempo storico, senza una precisa descrizione della tipologia dell’abusante. Ebbene, non esiste nulla di definito e definibile. Esiste solo la consapevolezza che la violenza, a detta di alcuni, può risiedere in una cultura del dominio, in una cultura di tipo patriarcale fondata su una discriminazione sessuale e su uno squilibrio di poteri tale per cui la donna è relegata al ruolo di soggetto debole il cui unico scopo è quello di “servire” l’uomo, sia esso il padre o il marito, e l’uomo è eretto a dominatore incontrastabile del mondo femmineo e della società intera. La violenza non è fuori casa e il soggetto violento non è lo sconosciuto per strada, di notte e nei vicoli isolati, la violenza è dentro le mura domestiche, è l’esito fatale dei continui abusi, delle minacce e  delle violenze di ogni tipo, subite dalle donne da parte del proprio compagno, è ciò che chiamiamo “femicide”.

Mostra fotografica dal titolo: "Giù le mani"- 25 ottobre2015-Lucera (FG)
Diana Russell, criminologa e scrittrice, è stata la prima a ricostruire e spiegare il termine femmicidio, nel suo significato politico e simbolico e per questo motivo è stata definita “la teorica del femmicidio”. La prima volta che la Russell si trovò dinanzi a questo termine fu nel 1974 quando venne a sapere che una donna di nome Carol Orlock stava scrivendo “Femicide”, un libro il cui titolo le destò un certo entusiasmo se non altro per un neologismo che non aveva mai sentito, un termine che si avvicinava a quello di omicidio  e che includeva tutte quelle situazioni in cui la morte della donna rappresentava l’esito o la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine (odio nei confronti delle donne). Con l’uso di questo termine, la Russell voleva persuadere il lettore a riconoscere il femmicidio come un problema urgente, sul quale interrogarsi, per accrescere la conoscenza del problema da parte della collettività e generare resistenza nei confronti di tale problema. Nel 1976, durante una sua testimonianza al Tribunale Internazionale dei Crimini contro le donne,  definisce il femmicidio come l’omicidio di una donna da parte di un uomo per motivi di odio, disprezzo, o per un senso di possesso sulla donna. Ne scrive una  prima opera, “Femicide: The Politics of Women Killing”, in cui ribadisce con prepotenza che il  femmicidio è un problema politico tipico delle società patriarcali le cui  istituzioni tendono a negare. Affinché ci fosse un cambiamento radicale nelle società era necessario prima di tutto, “to name femicide”, definire in modo chiaro il significato del termine. Lo fa prima nel 1990 insieme a Jane Caputi: femmicidio è l’uccisione misogina di una donna da parte di un uomo; e poi nel 2001, nel libro “Femicide in Global Perspective”, estende il concetto di femicide “a tutte le forme di uccisioni sessiste”, comprendendo anche  quelle  fatte da uomini per motivi,  non solo di odio ma anche, di superiorità e di possesso nei confronti della donna; fino al 2011, quando insieme a Roberta Harmes,  la Russell lo definisce come “l’uccisione di femmine da parte di maschi, in quanto femmine”, quindi solo per questione, che oserei dire puramente, di differenza di genere, anatomica, diversità naturale.
Il  femminicidio ha tante forme, tante quante le cause che ci sono dietro ad ogni crimine. Esiste un femminicidio razzista, domestico, coniugale, lesbofobicio, seriale e di massa; il femminicidio è la sterilizzazione o la maternità forzata, la negazione del nutrimento delle bambine in alcune culture, è l’aborto selettivo, è la schiavitù sessuale, è l’incesto; il femminicidio sono le vedove bruciate, sono le donne acidificate o ammazzate per la dote poco sufficiente. Il femminicidio è tutte le forme di condotta violenta di tipo sessuale, fisico, psicologico, socio-economico, tutte quelle pratiche tradizionali lesive dell’integrità fisica e psichica della donna. Femminicidio è “ogni volta che la donna subisce violenza fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa, in famiglia e fuori, quando non può esercitare i diritti fondamentali dell’uomo’, perché è donna, in ragione del suo genere”.
Ogni qual volta queste forme di violenza hanno come esito la morte, diventano femminicidi.

Noi donne per cultura siamo immerse da sempre in un contesto che ci vuole angeli del focolare. E questo noi lo sappiamo fare, abbiamo cura di ciò che amiamo, dei nostri figli, dei nostri partner, dei nostri mariti, anche quelli più violenti. Ma come si può amare la violenza? Come si può credere che un uomo violento è capace di amare, che ti fa del male, che ti accarezza con un pugno solo perché magari è stanco, non lavora, non è in pace con se stesso, solo perché una sera gli va di esprimere la sua forza, solo perché per una volta non gli piace la cena, solo perché soffre un senso di inferiorità dinanzi alla “sua” donna così sicura, così capace ed in gamba, stimata a lavoro, in famiglia, tra gli amici, solo perché …potrei all'infinito ma non esiste motivo, uno solo che sia valido per giustificare i soprusi. E allora, non si può abusare del termine Amore! L’Amore non può essere violenza, non può essere privazione della libertà, della parola, di un gesto, non può essere minaccia e isolamento, non può essere un livido, non può essere silenzio dietro un “ti prometto che non lo farò più, io ti amo”. Non può esserci perdono dinanzi ad un rivolo di sangue. Ma quale Amore!?! L'Amore non è questo!
La violenza si nutre del silenzio. È tempo di parlare, di condividere il dolore, è tempo di chiedere aiuto, è tempo di prendere coscienza che la violenza è emergenza, dentro e fuori casa, che la violenza è reato, è violazione dei diritti inalienabili di ogni persona, di ogni donna.
Difendersi dalla violenza è il più grande atto di Amore che possiamo fare verso noi stesse!

Care amiche lettrici, care donne, che siate madri, o figlie, o compagne di vita, amare se stesse è la più grande forma d’Amore che si possa provare. Questo è il messaggio da diffondere. Questo è il grido di speranza. Ci sono centri specializzati all’ascolto, all’aiuto, all’assistenza legale, al supporto psicologico, ci sono sportelli presso la questura o presso i consultori che accolgono le donne abusate di violenza. Ci sono dei bravi medici di famiglia che possono riconoscere i segni di violenza e possono aiutarvi. C’è un numero, il 1522, che può segnalarvi il centro antiviolenza più vicino. Il percorso di uscita dalla violenza è un percorso ostico, insidioso, doloroso ma è un percorso di rinascita, un percorso costruttivo verso una nuova prospettiva di vita. Parlatene.

Miriam

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